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ott
08
2008

Black out: il mondo senza petrolio

Athabasca Oil Sands in Alberta (CA)

Sabato scorso ho partecipato ad una delle conferenze indette da Internazionale in quel di Ferrara; il carnet era ricco, ed ho potuto scegliere un evento molto interessante. Alle 14.30 in Sala Estense si sarebbe tenuta una conferenza su un tema Ambientale dal titolo: “Black out: il mondo senza petrolio”; relatori erano due giornalisti stranieri, Serge Enderlin, svizzero e Stephan Faris, statunitense. Il loro intento è stato descrivere agli avventori le tangibili conseguenze dell’attività umana legata allo sfruttamento ed al consumo di petrolio, una carrellata di avvenimenti insoliti ai quali però dovremo farci l’abitudine, tra i quali pinguini a Rio de Janeiro, Chianti prodotto in Germania e Champagne in Inghilterra.

In un suo libro Enderlin ha seguito le rotte dell’oro nero, divulgando importanti informazioni su tale commercio. Dato l’innalzamento indiscriminato del prezzo del petrolio al barile, ora risulta conveniente estrarlo anche in zone inaccessibili del pianeta, incrementando così la produzione globale e conseguentemente le emissioni di sostanze inquinanti nell’atmosfera. L’esempio da lui riportando riguarda le Athabasca Oil Sands, ingenti concentrazioni di sabbia mista a bitume fino a poco tempo fa non utilizzate a causa degli alti costi di estrazione lo sfruttamento delle quali ha causato uno sconvolgimento dell’ambiente naturale del Canada settentrionale.

I conflitti umani sono figli di questi turbamenti ambientali. Secondo Faris infatti grazie a modelli matematici legati allo studio del clima il conflitto in Darfur è scoppiato proprio per tali motivi, essendo sorto per il controllo delle ultime aree verdi della zona; infatti le popolazioni arabe e africane contrapposte nello scontro hanno visto via via ridursi lo spazio coltivabile o adibito a pascolo, questo a causa del riscaldamento delle acque tropicali che ha portato ad una conseguente modifica delle precipitazioni e quindi ad inaridimento di vaste aree del mondo.

In taluni paesi al contrario il riscaldamento globale ha portato benefici legati allo scioglimento dei ghiacci e quindi ad un incremento delle aree fertili legato ad uno sfruttamento più facile delle risorse naturali. E’ il caso della Groenlandia, che sogna ora di diminuire la dipendenza economica danese (che ora rappresenta il 40% del P.I.L.) in previsione di un’attesa indipendenza politica.

Parlando di Cina Enderlin prende a esempio la municipalità di Congqing, la città più grande del mondo (estesa come l’Austria e con la popolazione dell’intero Canada) dove le vie aumentano di numero con andamento vertiginoso e la concentrazione delle autovetture è solo all’inizio di una galoppante crescita; i cinesi non ne vogliono sapere di concentrarsi su una politica ambientale efficace, ritenendosi leciti fruitori di una crescita economica similare a quella occidentale della metà del XX secolo.

I segnali di speranza vengono da nazioni come Spagna e Danimarca, la quale ha una percentale di energia da eolico pari al 23%, dal comportamento ecologicamente sostenibile dei cittadini o dai (pochi finora) successi in tribunale contro aziende inquinanti. Ma questo corto elenco si affaccia su una realtà di globale disinteresse per il futuro del pianeta, di cui l’uomo dimostra di essere un improvvido padrone. Dopotutto, piccola nota personale, siamo figli di  un testo scolastico di geografia degli anni ’50 che ho trovato in una libreria poco fa, dal titolo “L’uomo e il suo regno”. Alias la terra è una nostra proprietà.

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1 commento

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  1. DOMENICO says:

    Caro lebster quando sento parlare di buco nell’ozono e di risorse energetiche mi si fa sempre riferimento alla politica spregiudicata degli USA o della RUSSIA e delle loro multinazionali, e non al nostro stile di vita.
    Ecco il tuo intervento sta’ a meta’ strada fra le due posizioni.

    Vogliamo parlare del nostro stile di vita?

    Per quante ore al giorno teniamo accesa la televisione? ci sembra naturale e scontato tenerla accesa tutta la giornata.
    Quanti di noi vanno a lavoro a piedi, in bicicletta o con i trasporti pubblici ,
    e non in macchina?
    Dopo quanti anni cambiamo la nostra macchina?
    Quante doccie(calde) ci facciamo al giorno?o che uso indiscriminato di acqua(calda) facciamo?

    Potremmo non finire piu’se parliamo delle nostre abitudini energetiche.

    Vedi ,mille protocolli di Kioto sono nulla rispetto all’ostacolo insormontabile ,
    cioe’ quello far capire a milioni di occidentali che bisogna consumare meno energia,
    meno energia non vuol dire spegnere di tanto in tanto il televisore o fare attenzione al rubinetto che non sgoccioli.
    Consumare meno energia vuol dire cambiare in modo netto il nostro stile di vita
    nei vari punti sopra citati(e altri ancora), ne abbiamo il coraggio?

    Non ne abbiamo il coraggio! ecco perche’ il tema del consumo energetico legato all’inquinamento interessa solo gli studiosi o quelli di legambiente per es., e sono convinto che le abitudini di quelli di legambiente non siano differenti da quelle degli altri.

    Mi chiedo quante “Italie energetiche” (60 milioni) siano comprese in quel continente fatto di miliardi di persone che aldila’ del medio oriente non conoscono(ancora) l’energia elettrica e l’acqua potabile?

    Ma quando queste persone incominceranno a lavarsi come noi, ad alienarsi
    davanti alla tv come noi, ad utilizzare la macchina come la usiamo noi,e altro ancora
    allora saranno cavoli…..sempre per noi!

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  1. indeZènt | Questione di opportunità says:

    [...] volte le cose capitano senza rendersene conto o che lo si voglia. Un anno fa Lebster ha scritto un post “Black out: il mondo senza petrolio” che faceva parte del festival di Internazionale 2008 svoltosi a Ferrara. Un post come tanti, senza [...]

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