Biancarno, nerarno o Rosarno? /2
Nella prima parte del post “Biancarno, nerarno, Rosarno” Vale ha trattato l’argomento immigrazione principalmente in riferimento alla situazione particolare della zona calabra, particolare in quanto influenzata dall’ingerenza della ‘ndrangheta in tale zona.
Ci sono però due aspetti a mio avviso molto importanti:
- il problema non riguarda soltanto quella regione, o quella città in particolare
- non è una situazione nuova, nata di recente.
Le considerazioni che vorrei fare a riguardo, cercando di non cadere nell’ovvietà, che però tanto ovvia mai non è, dato che spesso non viene concretizzata, sono le seguenti.
LA QUESTIONE
Gli extracomunitari sono estremamente molto richiesti in tutta Italia per i lavori più stressanti (si pensi agli agrumi di Calabria, ma anche alle concerie di pelli in Veneto, alle aziende di ceramiche in Emilia, agli allevamenti di mucche al nord, eccetera) ma vengono sfruttati con orari disumani e pagati con salari da fame. Oltre a questo, una volta finito di lavorare, per quelle poche ore libere che hanno a disposizione, sono costretti a vivere in condizioni pessime.
Allo stesso tempo, non fa piacere vederli in giro. Questo è brutto da dire, ma sarebbe ipocrisia affermare il contrario. Chi più chi meno, infatti, per tutti è così: non è facile accettare e convivere con persone diverse, sia nell’aspetto che nella cultura, da noi. Poi, a questo c’è chi reagisce storcendo il naso e chi invece prende una pistola e gambizza l’immigrato di turno…
È un dato di fatto, però, che la manodopera extracomunitaria sia necessaria. Anzi, forse sarebbe più corretto dire che la manodopera clandestina è necessaria. Sono le leggi del mercato: si fanno pagare di meno e lavorano di più. Hanno meno diritti da reclamare e sono disposti a fare qualsiasi lavoro pur di spedire dei soldi a casa.
A questo punto ci si trova di fronte a un paradosso: ne abbiamo bisogno, li cerchiamo, ma non li vogliamo vedere. Come risolvere il problema?
SOLUZIONI?
Le soluzioni principali che si presentano a rigor di logica sono tre:
- li si manda a casa
- li si accetta e si cerca di conviverci
- si cerca di aiutarli nei loro paesi
Nel primo caso, più che risolvere il problema credo sia un rimandarlo o allontanarlo. Innanzitutto ho sempre ritenuto utopistico il pensare che “ognuno debba stare a casa propria” (ma ultimamente ho l’impressione di essere in minoranza, dato che c’è chi su questo motto ci ha fatto dei partiti che sembrano anche andare per la maggiore…), questo per il fatto che in questo mondo per la maggior parte delle persone casa propria non è poi così vivibile come si vorrebbe: penso che la disperazione di chi non ha da mangiare, figuriamoci poi di che sfamare i propri figli e magari si trova anche a vivere in condizioni di guerra, sia una motivazione che porti a cercar di superare qualsiasi barriera. Non credo quindi basterebbe una qualche ronda via mare o sui confini per risparmiarsi carneficine di persone che cercano venire in Italia per portare a casa la pagnotta.
Personalmente ritengo che la soluzione migliore sia la terza (salto il secondo punto che però prenderò rapidamente in considerazione). In qualsiasi intervista ad extracomunitari li si sente dire che non vorrebbero venire in Italia o in generale in un paese diverso dal proprio, ma lo fanno per disperazione, appunto. È però sempre vero che come la propria casa, il proprio paese, la propria gente, non c’è nient altro. Credo quindi che la soluzione migliore sarebbe aiutare i Paesi di provenienza di queste persone per cercare di risolvere i problemi alla radice a loro, e di conseguenza anche a noi. Questo non è chiaramente un obiettivo raggiungibile in poco tempo, ed è quindi necessaria una politica di integrazione (questa sconosciuta), che rientra quindi nel secondo punto. Nell’attesa che questi Paesi risolvano i problemi, e dato comunque che in questo modo non si eviterebbe completamente l’immigrazione di persone verso l’Italia, bisogna imparare a convivere (ed ecco qui il secondo punto dei tre). Qui poi potrebbero partire mille altri discorsi, ma dribblando questioni di crocifissi, posti negli asili, posti di lavoro, criminalità e quant altro, credo che il tutto sarebbe riassumibile nella parola “rispetto”. Rispetto di chi viene in Italia per le nostre leggi, le nostre tradizioni e i nostri costumi (senza però entrare nel campo dell’ipocrisia ad esempio dei “cristiani per motivi ideologici”), e rispetto nostro verso la cultura di chi viene nel nostro Paese, soprattutto se spinto da ragioni che credo dovrebbero farci andare oltre il colore della pelle o l’odore di un’altra persona.
In generale, credo comunque che in Italia si debba anche intervenire sulla cultura del lavoro, e far capire che spesso i lavori più faticosi o che possono sembrare umilianti sono in realtà i più necessari (segnalo questo articolo a riguardo). Questi lavori sono per la maggior parte svolti da immigrati, per di più clandestini magari, ma anche in questa situazione di crisi economica, quanti sarebbero gli italiani disposti a farli pur di portare uno stipendio a casa?
Parallelamente, è comunque necessario aumentare la retribuzione e i diritti di chi li svolge.
IN TUTTO QUESTO, LO STATO CHE FA?
Qui si entra nel secondo punto elencato inizialmente: non parliamo di una situazione nuova, e le cifre del fenomeno non sono nemmeno così ridotte da permetterci di rifugiarci dietro ad un “non ce ne siamo accorti”: vari servizi trasmessi in questi giorni ed articoli che si possono tranquillamente reperire su internet dimostrano come il fenomeno fosse già riscontrato nel 2008 e addirittura nel 2000.
Nel frattempo si sono succeduti diversi governi di vario colore, sono state fatte leggi a riguardo, ma come al solito il problema si colloca sempre tra il “dire” (o il promulgare) e il fare (e cioè controllare ed applicare le leggi): questo sia per quanto riguarda il reato di clandestinità, sia per quanto riguarda l’ingerenza delle mafie in queste situazioni, sia sotto il profilo della semplice evasione fiscale di chi assume centinaia per non dire migliaia di lavoratori in nero.
Forse un qualche slogan ad impatto in meno e un minimo di presenza in più sul territorio risolverebbero buona parte del problema, ma questo non sarebbe fare politica “all’italiana”, probabilmente.












