Inseriamo l'intervento del consigliere Claudio Tassinari a riguardo del problema acqua pubblica durante questo consiglio comunale.
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Il senso di questo odg è chiaro: impedire che un bene indispensabile per la vita degli esseri umani possa essere ad appannaggio di pochi per trarne propri grandi vantaggi.
E’ un rischio esistente dopo che la Camera dei Deputati ha votato la fiducia al Governo sul decreto “salva- infrazioni” che contiene la riforma dei servizi pubblici locali, compresa la gestione dell’acqua. Entro due anni potrebbe essere venduto tutto il comparto idrico pubblico per essere affidato a privati, o per essere ceduto a società miste nelle quali l’eventuale partecipazione pubblica dovrà risultare minoritaria. Credo sia indiscutibile che si tratta di un azzardo del Governo che si nasconde dietro la necessità di evitare sprechi. Leggendo i documenti si nota che sono posti in evidenza i requisiti di “necessità ed urgenza” previsti per l’adozione di un provvedimento governativo avente forza di legge. Mi si spiega quali sarebbero?
Io credo invece che questo provvedimento tocchi un aspetto fondamentale della vita dei cittadini e delle comunità locali e su questo serve un forte dibattito parlamentare, una forte coesione tra i cittadini indispensabile per evitare che il business di pochi prevalga sulla necessità di tutti. Continuando così potremo privatizzazione l’aria che respiriamo.
Il nodo della questione è tutto nel titolo dell’articolo 15 del decreto legge n.135, o decreto Ronchi, tramutato in legge al Senato. È lungo solo una riga ma vale miliardi di Euro. Soldi che usciranno dalle tasche dei consumatori e che arriveranno in quelle di pochi grandi gruppi. Il titolo recita: «Adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica».
Che vuol dire? Che l’affidamento della gestione dei servizi pubblici locali avverrà attraverso gare ad evidenza pubblica. Quali sono i servizi indicati? Diversi (gas o trasporto, ad esempio). Ma tra questi uno in particolare, l’acqua, che con il decreto ha cambiato status: non più bene pubblico, ma merce. Di «proprietà» dello Stato, dopo un emendamento inserito all’ultimo minuto dal Pd, ma gestita da privati. Un business colossale grande forse otto miliardi nei prossimi dieci anni. Ma è un calcolo in difetto.
Quindi, al massimo entro il 2012, l’affidamento dei servizi pubblici locali passerà in mano a «imprenditori o società in qualunque forma costituite». Anche con capitale misto dunque, purché «l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio» sia nelle mani del privato che non può «avere una quota inferiore al 40%» della società. Il pubblico può rimanere ma è il privato che decide quanto o come investire.
E il privato si sa, deve fare profitti, i quali si fanno abbassando gli investimenti e alzando le tariffe ma i privati, se non regolamentati, portano davvero efficienza?
In realtà ci sono invece tanti rischi. Nel nostro Paese le società più importanti, per capacità e fatturato, sono sei, di cui cinque sono quotate. Sono multiutility a capitale misto dove però è il privato che detta le regole. Questo perché ha i soldi necessari e spesso anche il know how e con la nuova norma avranno un peso ancora maggiore visto che gli enti locali non potranno avere oltre il 40% del capitale delle società in questione.
L’Italia diventerà così un terreno fertile anche per le multinazionali estere e si può sostenere che per l’acqua «si assisterà – per usare le parole dell’Antitrust – alla sostituzione di monopoli pubblici con monopoli privati».
Questo odg apre anche altri scenari. Molti esperti confermano che il XXI secolo si contraddistinguerà per la battaglia planetaria che si scatenerà per l'accesso all'"oro blu", anche di fronte ai dati allarmanti sullo stato delle risorse idriche del pianeta.
Quello delle "guerre per l'acqua" è un tema che cattura l'attenzione e le preoccupazioni dell'opinione pubblica anche se questo discorso, presentato esclusivamente nei termini della crescente scarsità - e conseguente rischio di conflitti armati - può risultare semplicistico: si presenta la situazione come immodificabile, senza interrogarsi sulle cause che stanno portando il pianeta sull'orlo del collasso idrico, impedendo a un terzo dell'umanità di avere l'accesso diretto alle acque potabili.
Putroppo a livello mondiale non ci si preoccupa, se non come intenti, di tutelare le non infinite risorse ambientali, con il risultato che tanti corsi d'acqua sono inquinati e in grandi città estere, ad esempio in Cina, il 50% dell'acqua non è potabile. Esplodono però le vendite dell'acqua in bottiglia delle multinazionali, grazie alla preoccupazione dei consumatori per la scarsa qualità dell'acqua del rubinetto.
Attualmente nel mondo ci sono parecchi conflitti tra Stati legati all'accesso, all'utilizzo e alla proprietà di risorse idriche. Questo è un classico esempio di "idropolitica", di politica fatta con l'acqua: strumento strategico per assicurarsi il potere e la supremazia economica, come d’altronde succede per il petrolio.
Alcuni anni fa il vice presidente della Banca mondiale disse che le guerre nel ventunesimo secolo sarebbero state guerre per l'acqua. Si riferiva al fatto che le fonti di acqua fresca nel mondo sono destinate a scarseggiare in modo allarmante e che di conseguenza saranno inevitabili dei conflitti. Pensate solo che in Bolivia tutte le acque, incluse quelle da fonti comunali, sono state soggette a permessi di utilizzo ed i contadini dovevano perfino comprare dei permessi per le eventuali cisterne sui loro terreni che immagazzinavano l'acqua piovana! Fortunatamente la reazione dei contadini ha fermato questa imposizione ma questi esempi servono a far capire come certe decisioni politiche possano causare sconcerto con il rischio che la gente non si potrà più permettere l'utilizzo dell'acqua dopo la privatizzazione.
Nel momento in cui l'umanità comincia a rendersi conto delle terribili implicazioni della crisi dell'acqua potabile, alcune multinazionali dell'alimentazione e dell'acqua stanno già commercializzando le risorse idriche dei paesi del terzo mondo. I forum internazionali sull'acqua, anche se organizzati dalle Nazioni Unite, vedono sempre la voce dominante delle multinazionali. Si nota perciò come la privatizzazione delle risorse idriche può essere una cosa terribile e i suoi effetti sono ben documentati. Le tariffe vengono raddoppiate o triplicate, i profitti dei gestori aumentano anche del 700 per cento, la corruzione è evidente, la qualità dell'acqua diminuisce e si incoraggia l'utilizzo sconsiderato dell'acqua stessa per aumentare il profitto chiudendo poi il rubinetto a chi non può pagare.
Diventa facile comprendere come una politica basata sul ricatto idrico e sulle difficoltà di approvvigionamento, non è la strada migliore per risolvere la penuria d'acqua: al contrario, tende a "mantenere" la scarsità per poter far valere i propri meccanismi. E' chiaro che in questo contesto la proposta di considerare l'acqua come bene economico raro, a cui assegnare un prezzo di mercato che ne rifletta la scarsità, non favorisce la pace e la cooperazione, come sostengono i suoi fautori, ma porta dritti alla “petrolizzazione” dell'acqua.
C’è poi da aggiungere che la mercificazione dell’acqua e il conseguente tentativo della privatizzazione dei suoi servizi hanno trovato nel business delle acque minerali uno strumento potente di stimolo e di 'legittimazione' perché le grandi multinazionali si chiedono: perché non possiamo mercificare anche l’acqua potabile? Che differenza c’è tra l’acqua potabile e l’acqua minerale? Se la mercificazione di quest’ultima non solleva nessun problema economico, politico, sociale, etico, perché si deve impedire di vendere e acquistare l’acqua potabile come ogni altra merce? Perché le imprese private non dovrebbero poi prendersi cura anche dei relativi servizi idrici?
Il mondo commerciale dell’acqua minerale, lo sappiamo bene, sta scombinando l’intero settore dell’acqua. Attirate dagli alti livelli di profitto e dalle allettanti promesse future del business acqua, potenti multinazionali sono entrate nel settore e una grande confusione caratterizza sempre più il 'business dell’acqua' composto da un numero crescente di tipi d’acqua. Tutti sappiamo quali costi sosteniamo per acquistare quest’acqua e anche quanto inquiniamo con i contenitori di quest’acqua, oggi in prevalenza in bottiglie di plastica.
Io ringrazio il consigliere Nalin per aver proposto questo odg perché ci consente queste riflessioni e chiudo ricordando che già in precedenti interventi sollecitavo maggiore etica nella politica. Lo faccio ancora oggi, con forza, perché solo facendo così ci si riavvicina ai cittadini che devono sapere che questa norma consegnerà il business dell'acqua alle multinazionali, impedendo ogni efficace controllo pubblico sui criteri d'uso, sul prezzo, sulla tutela di un bene comune come le risorse idriche.
Parte della nostra sovranità come amministrazione comunale, sia dai banchi della maggioranza che dell’opposizione potrebbe essere compromessa dall’azione dei privati che io non ho mai demonizzato ma su un bene come l’acqua no, non ci sto e bisogna fare qualcosa per impedire che questo avvenga.
Aggiungo che la costituzione di regimi monopolistici non da garanzie nemmeno sul fronte dell’impressionante mole di investimenti necessari a migliorare la qualità del servizio (si stimano 60 miliardi di euro solo per il comparto idrico). Se per finanziare gli investimenti necessari sul miglioramento delle reti si introduce da subito un fattore di produzione costoso, l’effetto sulla tariffa su chi sarà negativo? Per gli utenti, ovvio.
Un documento che ho letto mi ha portato un altro dubbio, che riguarda la “svendita” delle aziende e la natura degli acquirenti. Il meccanismo avviato dalla riforma si regge sulla base del presupposto che esista in Italia capitale privato libero da impegni e tale da poter soddisfare le esigenze della totalità dei servizi locali che verranno messi a gara contemporaneamente a partire dal 2011: la messa sul mercato delle aziende determinerà un eccesso di offerta sulla domanda e quindi, per una basilare legge economica, prezzi di cessione delle società pubbliche saranno in caduta. Ecco dunque “l’effetto svendita”, insito nel meccanismo, che non ha bisogno neanche di una decisione politica affinché si realizzi. Per la disponibilità del capitale invece, alcuni esperti insinuano che si potrebbe fare affidamento sul rientro dei capitali provocato dallo “scudo fiscale”. In tal caso si realizzerebbe il paradosso di consegnare a poco ricchi monopoli per la gestione dei servizi pubblici a soggetti privati che, per anni, hanno tenuto i capitali all’estero eludendo le imposte e che ora potrebbero rivelarsi titolati a riscuotere le tariffe.
Ribadisco: la riforma dei servizi pubblici locali approvata dal Parlamento costituisce una ingiustificata accelerazione verso la sostanziale privatizzazione delle aziende locali, con l’aggravante della loro svendita. E’ fondamentale che la discussione veda la partecipazione dei cittadini giustificando, ad esempio, il ricorso all’istituto referendario, in modo che siano i cittadini stessi a chiarire una volta per tutte quale assetto organizzativo sia più indicato a garantire quantità, qualità ed efficienza nella fornitura di servizi.
Ultimissimo flash. Sono contento di aver letto un comunicato ANSA del 29 dicembre in cui era scritto che l'Abruzzo e' stata la prima regione, oltretutto amministrata dal centrodestra, ad aver approvato una delibera contenente “l'impegno a non procedere alla privatizzazione dell'acqua '', votando due emendamenti Idv-Prc.